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COS'È UN CLUSTER DIGITALE


Un cluster digitale è un raggruppamento narrativo online. Puoi pensare ad esso come a uno schema narrativo che si ripete con modalità ricorsiva sulla rete, con delle caratteristiche fisse.

Il termine è stato coniato da me nel 2016, mentre scrivevo la tesi di laurea magistrale in Scienze dell'Informazione, della comunicazione e dell'editoria, all'Università di Tor Vergata. Deriva dalle mie ricerche nel campo della post-verità e della narrazione, in correlazione con gli studi sulle competenze digitali in rete, durante la campagna elettorale di Donald Trump e il referendum per la Brexit. Un articolo di presentazione accademica sull'argomento (disponibile al momento in inglese) è stato pubblicato sulla rivista scientifica Digitcult nel dicembre del 2017.

Mentre approfondivo le dinamiche di propagazione di contenuti disinformativi e la degenerazione dei dialoghi in rete, ho analizzato la formazione di macro-aggregazioni narrative, che svolgono un'azione inflattiva di tali dinamiche secondo modelli ripetibili, ricorrenti e di grandi proporzioni, propri dell'ambito digitale.

Puoi vedere un cluster digitale in azione quando ti ritrovi in un contesto narrativo online fabbricato "ad arte", dove le persone condividono una visione specifica (spesso polarizzata) della realtà e tendono a respingere visioni differenti o chi porta argomenti contrari. Possono essere gruppi sui social network, stanze chat, pagine di propaganda, ecc. Il pensiero polarizzato è soprattutto fonte di autoinganno – citando Cortney Warren. E l'auto-inganno personale che incontra un altro auto-inganno consimile diventa auto-inganno collettivo...

Le narrazioni collettive non nascono necessariamente online, tuttavia è sui social network che si propagano con le caratteristiche di conferma, legittimazione e rinforzo. La narrazione digitale così polarizzata trae spunto da alcuni elementi cognitivi comuni, come i bias (distorsioni – tipicamente il bias di conferma), e si cementa insieme con le altre narrazioni: ecco le camere dell'eco, i luoghi virtuali del consenso.

Queste narrazioni a loro volta si rifanno alle narrazioni personali, piccole e grandi storie che ognuno di noi sperimenta nella vita quotidiana. È proprio l'esperienza il nostro primo approccio alla realtà. Un approccio che ci consente di vivere, intuire e – soprattutto – raccontare ciò che accade nel contesto di cui facciamo parte.

Nel film Rashomon (1950), diretto da Akira Kurosawa, viene evidenziata la storia di un omicidio raccontato dai quattro testimoni in quattro modi diversi, incluso lo stesso omicida. In tutte le varie fasi del racconto, e durante il processo stesso, i racconti vengono messi in discussione in modo reciproco, tale che l'effetto Rashomon, il cui nome deriva dal film, indica la parzialità con cui viene osservata la realtà, anche sugli stessi accadimenti. Persone diverse possono ricordare cose diverse, in un soggettivo ordine di importanza: accediamo agli eventi con uno sguardo che dipende dal contesto e dalle emozioni che questi suscitano.

Sono proprio le emozioni la via di accesso dell'esperienza. Il problema nasce quando l'esperienza è disaccoppiata dalla realtà, il che accade molto più diffusamente di quanto si creda. Lo psicologo George Kelly, padre della teoria dei costrutti personali, diceva che non esiste il «fatto nudo» (1955): ognuno sperimenta la realtà in modo differente, nel contesto di cui fa parte e secondo la propria cultura. Partendo dalla scuola psicologico-filosofica del Costruttivismo sviluppata da Piaget e Vygotskij – «l’intelligenza in via di sviluppo costruisce il mondo esterno» – nel volume riprendo il concetto di costruttivismo nella comunicazione, sviluppato tra i primi da Paul Watzlawick (1967).

La matrice epistemologica del costruttivismo è che non esiste una «conoscenza oggettiva», ma uno sviluppo di conoscenze precedenti, valide, soprattutto, dal punto di vista di chi osserva. La realtà è «costruita» dal nostro esperire soggettivo, secondo delle mappe mentali che definiamo noi stessi in base a ciò che conosciamo, che impariamo, che sappiamo, e come tale viene comunicata (e condivisa).

Il costruttivismo post-razionalista, al quale mi rifaccio nell'approfondimento psicologico del libro, prende inizio dal lavoro di Vittorio Guidano (1987) negli anni Ottanta e Novanta. Guidano individuò le Organizzazioni di significato personale (OSP), che sono un modo per accedere alla realtà, definendo il percorso di narrazione del Sé all'interno del processo di costruzione del reale.

Quando l'esperienza è disaccoppiata dai fatti, formalmente e sostanzialmente, interviene la narrazione. Nella narrazione "sistemiamo le cose" in modo da mantenere la coerenza interna. Talvolta la narrazione si frappone per difendere un'ideologia, o una pre-costruzione della realtà più o meno funzionale a uno scopo.

Nascono così le teorie del complotto, o la propaganda politica, gli stereotipi di (ogni) genere. Accade, in particolare, quando ci raccontiamo una versione delle cose che non tiene conto della complessità del reale, dei dati che non abbiamo a disposizione, delle emozioni sottostanti e del vissuto sociale: quando una narrazione così "disorganizzata" incontra altre simili, ne nasce una narrazione collettiva. Quando questa si propaga sui social network – magari secondo un modello virale – si hanno le caratteristiche di rinforzo, legittimazione e conferma, che la fanno sembrare "reale".

È nel momento in cui si salda alle fake news, termine con cui indichiamo le notizie verosimili, create ad arte, frutto di ignoranza o con un preciso scopo commerciale e propagandistico, che un tale racconto diviene un'idea talmente radicata da essere considerata vera. Le false notizie sono il veicolo attraverso cui la narrazione viene propagata e a sua volta recepita da chi è già predisposto a conservare una visione narrativa della realtà, precostituita secondo la propria organizzazione di significato.

Ci sono esempi molto noti sulle teorie del complotto, in particolare quello delle scie chimiche (Chemtrails conspiracy theory). Diffusa alla fine degli anni Novanta, prima negli Stati Uniti e poi nel resto del mondo occidentale, è la credenza che le scie di condensazione visibili nell'atmosfera, create per la maggior parte dagli aerei di linea, non siano formate da vapore acqueo ma da agenti chimici o biologici, irrorati sugli spazi aperti come progetti governativi segreti. Secondo tale teoria complottista, le finalità di questi progetti vanno dal controllo sulla popolazione mediante l'irrorazione di metalli, all'avvelenamento programmato sui terreni contaminati, ecc.

Al di là del vero inquinamento prodotto dalle industrie chimiche e dalle produzioni intensive, che contribuiscono quelle sì ai cambiamenti climatici provocati dall'uomo, è chiaro che le "scie chimiche" sono una palese sciocchezza. Bisogna avere un minimo di conoscenze scientifiche o aver letto pubblicazioni serie in materia per rendersene conto, ma non è certo sufficiente. L'idea che i governi e le istituzioni minaccino volutamente l'equilibrio psico-fisico dell'individuo attraverso programmi segreti è una credenza molto radicata fin dalla seconda metà del Novecento, e sostenuta da gruppi notevolmente estesi ed eterogenei. Tanto da farne uno dei cluster più estesi a livello mondiale – e anche uno dei più agguerriti.

L'aspetto induttivo della costruzione narrativa non è certo una novità – anche nel caso in cui muova da ipotesi assurde. Il problema nasce quando il costrutto narrativo diventa "realtà", vissuta e condivisa come tale da un ampia porzione della società. Questo stato, spesso chiamato di "psicosi collettiva" (dalle forme cliniche delle degenerazioni patologiche), aumenta esponenzialmente tramite i social network e il web, che forniscono i connotati di legittimazione, crescita e condivisione necessari. L'esempio delle scie chimiche è particolarmente significativo, proprio perché interessa una platea di persone estremamente ampia nella composizione. In questo cluster digitale (come in molti altri) non c'è una classificazione preferenziale: si va da persone laureate e competenti in materie complesse, a persone con scarsa cultura, a chi si occupa di formazione... Chiunque può riprendere la convinzione che si tratti di una realtà, anzi addirittura facendo ironia su chi "non se ne accorge". In questo contesto, com'è noto, fare polemica o cercare di convincere che si tratti di un'idea bislacca – basata su dati errati – risulta spesso inutile e controproducente, anzi rinforza l'idea. Sul concetto di rinforzo della narrazione è dedicata la parte centrale del libro, in particolare il cap. V, e ci si ritornerà in altri articoli.

Una classificazione possibile si può tentare sui motivi alla base di un raggruppamento narrativo. Un cluster digitale si può formare per almeno due macro-obiettivi o motivi sinergici:
1 – Ideologico
2 – Economico
Questi possono intrecciarsi, avere punti in comune o convergere. Un cluster di tipo ideologico procede dall'avere idee conformi a una specifica dottrina di pensiero, e in genere si fonda su un nodo emittente o un nucleo di emittenti definito e riconoscibile (ad es. un partito politico, una testata giornalistica, ecc.). Un cluster di tipo economico ha la sostanza di un'operazione commerciale, mentre la forma è di un raggruppamento che può sembrare ideale/ideologico, di pensiero, o etico (ad es. un'iniziativa online, una pagina social, ecc.). Entrambi hanno come veicolo principale le piattaforme online, social network in primis.
La convergenza avviene quando un cluster ideologico sviluppa un ritorno economico di notevole portata, oppure quando l'iniziativa economica nasconde o si fonde con un intento ideologico.

(fine parte I)

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Articolo di presentazione (in inglese)/Scientific article, «DigitCult» Vol. 2, no. 3: Digital Clusters: How The Net Is Marking Us (December 2017)

Luciano Giustini

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