Cluster Digitali Narrazione collettiva nell’era dei social network

III. Cap. I – Riconoscere il falso in rete

(Parte III – Competenze Digitali)

1.1. Questa notizia è clamorosa (ma è una bufala), 331 – 1.2. Tecniche di manipolazione, 339 – 1.3. Le fonti: selezione, verifica e tipologie, 349 – 1.4. Siti di fact-checking, 354.

Siamo entrati nell’era della post-verità, termine che è diventato d’uso comune come le fake news. Tuttavia, al di là dell’etichetta che si vuol dare a questo fenomeno, si possono riconoscere alcune caratteristiche comuni. La ricercatrice dell’Università di Sheffield Farida Vis, che dal 2014 conduce studi sulla diffusione della disinformazione online, scrive(1): «Le false notizie si diffondono come quelle vere. In questo nuovo campo di studi, abbiamo bisogno di soluzioni che ci aiutino non solo a comprendere meglio come le notizie sbagliate si diffondano online, ma anche come affrontarle». Il problema, «richiede diversi tipi di competenze: una forte comprensione dei social media, l’abilità di definire l’importanza dell’interpretazione umana delle notizie, e di farlo nel loro contesto». La diffusione delle false notizie è un fenomeno diventato pervasivo, come si è visto, con i social network, anche se non certamente nuovo. In questa terza parte vengono approfondite le best practice per selezionare e verificare le notizie e i dati su Internet, anche attraverso schede e liste di rapida consultazione. In questo contesto vengono approfondite le nozioni per distinguere e riconoscere dati falsi o verosimili da dati reali e verificabili online, e a farlo velocemente: una competenza essenziale in diversi ambiti comunicativi.

1.1. Questa notizia è clamorosa (ma è una bufala)

L’importanza di un titolo che attiri l’attenzione è una regola non scritta del giornalismo, da quando esiste. Tuttavia nel mondo digitale l’information overload comprime tempi e modi per selezionare i contenuti, e fa leva sull’impossibilità dell’utente di sapere a priori cosa sta per leggere. Per farsi notare nella gigantesca offerta di titoli, articoli, post
e tweet, ogni ‘produttore di contenuti’ deve attingere a tutta la creatività possibile – più o meno etica e professionale – per catturare l’attenzione del navigatore. Ne parla ad esempio il già citato sociologo Jan van Dijk nella terza edizione di Network society a proposito delle sue sette Leggi del Web ²: la quinta legge è quella dei «limits to attention», ovvero dei limiti fisiologici che a causa dell’estensione di scala del contenuto disponibili, richiedono una selezione necessaria. Tra l’altro, è interessante constatare che questa sia strettamente legata alla sesta “legge”, della power law: le notizie che risultano in testa nella gerarchia di Google o del newsfeed di Facebook sono giocoforza anche le più popolari e ricondivise. In tale contesto, i titoli acchiappa-click (click-baiting) sono divenuti spesso la porta d’accesso a contenuti che non hanno nulla a che fare con quanto annunciato, i quali sono anzi la parte che meno interessa mostrare ai navigatori. Ci sono dei casi in cui sono creati ad arte titoli fasulli solo per attirare l’attenzione di chi cerca conferme ideologiche(3), per poi guadagnarci sopra.

Negli ultimi anni sono nati diversi network editoriali che hanno sostituito i portali specializzati nella produzione di quantità di informazione “da consumo” (i portali orizzontali che abbiamo visto nella prima parte del volume), basandosi sul fatto che nell’aggiudicazione della pubblicità, e quindi dei guadagni, a contare di più siano i numeri. Molto spesso, a ragione. All’inizio del Web l’accesso ai siti di informazione faceva parte di una dieta informativa costituita da elementi diversi: Internet, radio, tv, forum, feed Rss ma anche giornali, riviste, ecc. Oggi ci sono grandi network esclusivamente digitali – si è citato il caso del network di news solo social NowThis(4), ma anche l’italiano Fanpage(5) – che grazie a Facebook e altre piattaforme social gestiscono il ciclo dell’informazione online su molteplici argomenti, attirando centinaia di migliaia di utenti sui loro siti e sulle pagine social. Parallelamente, si assiste da anni al crollo di diffusione dei quotidiani cartacei, la cui lettura è progressivamente relegata alle generazioni precedenti alla Y (i Millennial), ed è praticamente assente nella generazione attuale, la Z (6).

In questo contesto la distrazione fisiologica dell’utente di fronte al continuo incedere delle novità informative abbassa il livello di guardia e introduce il primo tema: più è alto il livello di clamore annunciato in un titolo online, più è necessario avvicinarsi con diffidenza al contenuto. Questo è vero in particolare se la fonte è sconosciuta o non è una testata giornalistica (anche se pure queste, ormai, usano sempre più spesso trucchi per ottenere visibilità online). Se nel mondo della carta stampata i titoli “urlati” servivano (e servono, anche se sempre meno) a vendere più copie, nel digitale la posta in gioco è molto più alta e diversificata. La sfida innanzitutto consiste nel far arrivare l’utente al sito Web – anche attraverso i social – e poi di trattenerlo il più possibile, per mostrargli pubblicità, per farlo cliccare sui banner che generano revenue in Ppc (pay per click) o per visualizzazione (Cpm), per fargli vedere e magari comprare oggetti sulla piattaforma di e-commerce affiliata, ecc. In tutto questo, ci sono siti che fanno un vero e proprio uso comunque poco trasparente dei dati dell’utente, sebbene le cose in questo senso siano destinate a cambiare con l’entrata in vigore del complesso regolamento del GDPR(7) da maggio 2018.

Nell’area editoriale, ogni azione dell’utente è monitorata esattamente come avviene nei social network, con la differenza che l’importante è ottenere visibilità e click su qualche oggetto che generi un ritorno in soldi o in immagine. In alcuni casi i dati degli utenti servono a garantire l’accesso a un servizio, in altri casi l’iscrizione a una newsletter, la visione di un video, la vendita di un libro. In altri casi è la scia di informazioni che l’utente porta con sé da altri network a costituire il dato di interesse. Molti esempi si possono fare, ma sono soprattutto quelli di confine tra l’informazione e il gossip i più diffusi, e potenzialmente nocivi, per l’ecosistema informativo della rete. In politica l’uso di sistemi online per il proprio schema propagandistico è diffuso, e il Movimento 5 Stelle ad esempio ha utilizzato diverse piattaforme digitali in modo estensivo, a partire dal sito Web per poi estendersi a Twitter e Facebook.

Tutto nasce, generalmente, da una notizia “clamorosa”, la cui curiosità (o necessità) di approfondire porta l’utente sulla testata che la pubblica o sul network editoriale che la ospita. La rete, in generale, non filtra il vero dal falso e quindi spetta all’utente, se dotato di strumenti critici adeguati, rendersi conto del tipo di contenuto di fronte al quale si trova. Spesso è difficile distinguere la qualità del contenuto e la sua veridicità se non si adottano delle azioni specifiche di verifica, e quasi sempre “l’utente medio” (il virgolettato è d’obbligo) delega questa responsabilità a chi scrive, fidandosi che almeno una parte di ciò che legge sia vero.

Come si è visto nella seconda parte la caratteristica attraverso cui si diffondono le informazioni non è tanto la loro veridicità, ma il livello di coinvolgimento che le fa risaltare rispetto alle altre, anche grazie agli algoritmi dei social network. Le notizie false, e ancor di più le notizie verosimili, o le versioni distorte di storie vere, sono più attraenti e più condivisibili delle verità nude e crude. Scrive Brendan Nyhan, professore di Scienze Politiche dell’Università di Dartmouth e autore di molte ricerche sulla disinformazione politica: «Non sorprende che gli articoli interessanti e insoliti siano quelli che circolano di più sui social media. A chi piacerebbe condividere cose noiose?»(8). È anche esperienza comune che gli articoli più coinvolgenti siano anche quelli emotivamente più connotati, e quasi sempre su temi di stringente attualità, i più letti e commentati.

Così come i network (sociali ed editoriali) hanno più interesse a catturare velocemente l’attenzione e attirare visitatori più che a verificare le notizie che passano per i loro portali, spesso la stessa cosa vale per chi fruisce dell’informazione online. Quando le notizie alimentano paure o si conformano a convinzioni già esistenti, il livello di scetticismo si abbassa, e la reazione comune alle voci appena lette consiste nel dar loro un certo credito. Se ci spostiamo nella vita reale, nella maggior parte dei casi ritenere ‘vero’ ciò che le persone ci dicono, anche se non possiamo verificarlo immediatamente, aiuta in molte situazioni sociali, a prescindere dalle opinioni. In rete, invece, questa caratteristica assume segno opposto, applicata alla diffusione esponenziale e all’affastellamento che hanno le informazioni rispetto alla capacità di comprenderle e verificarle. Spesso la disinformazione nasce per omissioni o distrazioni compiute in buona fede ma anche da individui e organizzazioni che creano e diffondono falsità consapevolmente e deliberatamente9. Esiste una sorta di “ecosistema della disinformazione” che condivide e produce notizie false più velocemente di quanto si riesca a smentirle. Ricorda il giornalista Craig Silverman, autore del Verification Handbook(10): «Il successo delle false notizie dipende da almeno due fattori: la capacità di causare condivisioni a cascata sui social network e quella di ottenere che i media aiutino la propagazione e ne accrescano la credibilità»(11).

A partire dall’introduzione della timeline alla fine del 2011 la homepage di Facebook si chiama newsfeed (in italiano “Sezione Notizie”), e ciò porta a considerare che quello che appare sul flusso di contenuti siano – anche – notizie. Questo aspetto introduce un fattore importante: l’informazione oggi passa sempre più attraverso i social media, e quest’ultimi cercano di trattenere l’utente sulla loro piattaforma il più possibile(12). I player principali, Facebook e Google insieme ad Apple con Apple News, dal 2015 hanno inaugurato delle modalità che permettono all’utente di leggere gli articoli prodotti da terze parti (i news outlet) senza uscire dalla loro piattaforma. L’implementazione prende il nome rispettivamente di Facebook Instant Articles13 e Google Accelerated Mobile Pages (AMP) (14), quest’ultime sviluppate nell’ambito di un progetto con gli editori chiamato Digital News Initiative (DNI)15, che è stato adottato a livello globale per le app dei dispositivi mobili.

In un articolo di Francesco Costa (da cui è ripreso in parte il titolo di questo paragrafo), si rileva quanto sia divenuto esteso l’uso delle bufale nel giornalismo: «Sapete probabilmente che a febbraio (2015) l’Egitto ha invaso la Libia, il governo Renzi vuole depenalizzare il maltrattamento degli animali, e la corruzione costa all’Italia 60 miliardi di euro ogni anno. Peccato che niente di tutto questo sia vero»(16). È sempre più difficile capire esattamente dove finisce il vero e inizia il falso, e questo ha come effetto collaterale – almeno in Italia – la tendenza a fidarsi sempre di meno dei media, secondo uno studio riportato dallo stesso autore, che ricorda che «gli errori capitano a tutti, ma la diffusione di notizie imprecise o apertamente false ormai è un fenomeno quotidiano: la più grande patologia del nostro tempo tra quelle di cui i giornali non parlano mai». Le ragioni di questo fenomeno vanno ricercate in molti fattori: i più importanti sono la scarsa verifica delle fonti, la continua ricerca di visibilità e di lettori da parte dei media, ma anche la l’attenzione per le notizie in grado di suscitare un interesse morboso. Per di più, «le smentite di queste bufale, quando e se ci sono, non trovano mai la stessa enfatica pubblicazione e virale diffusione originaria», conclude il giornalista.

Il problema, insomma, è anche alimentato da una scarsa propensione di alcune testate giornalistiche ad approfondire le tematiche, preferendo andare incontro ai desideri del loro pubblico di riferimento o dell’editore, in una dinamica del tutto simile a quella vista per i social network e i loro algoritmi.

C’è un aspetto che riprende il tema della narrazione collettiva trattato nella seconda parte: spesso si sviluppa una “realtà parallela” che crea paradigmi culturali falsi e indebolisce la struttura informativa. Nella realtà parallela delle notizie false, per esempio, durante gli anni della crisi economica (2008-2009) molti hanno descritto l’Islanda come il modello da seguire: smettere di pagare il debito e disobbedire alle crudeltà della troika». Tuttavia ricorda Costa: «Mentre i talk-show mandavano inviati in Islanda per raccontare questa storia, l’Islanda in realtà pagava il suo debito, nazionalizzava le grandi banche e riceveva un prestito del Fondo Monetario Internazionale; diversi partiti cavalcavano la falsa storia islandese criticando chi non trovava praticabile quella strada che era inesistente». Tra le storie inventate, la più esemplare è quella sul calcolo del costo della corruzione in Italia: «la cifra abnorme di 60 miliardi di euro è stata rilanciata dalla Commissione europea e dalla Corte dei Conti e perfino citata in libri e interviste di rappresentati delle istituzioni, ma è falsa. Circola dal 2004 e proviene da un grossolano calcolo fatto su una vaga stima della Banca mondiale»(17). Solo recentemente i giornalisti hanno cominciato a diffidare delle notizie che circolano sui social media, sebbene si continuino spesso a riproporre all’infinito durante talk-show, fuori e dentro la rete. Il problema delle false notizie (e dei falsi numeri) è sì riferibile ai media nuovi e vecchi ma ha anche un aspetto professionale dal quale non si può prescindere che riguarda chi si occupa di comunicazione. Purtroppo, a essere più colpiti sono i giovani. In una ricerca condotta dall’Università di Stanford(18) tra gennaio 2015 e giugno 2016, si è rilevato che i nativi digitali (la generazione Y e Z: i nati tra i primi anni Ottanta e i Duemila) hanno una capacità molto scarsa di rendersi conto dell’attendibilità delle informazioni trovate su Internet. Chiara Di Cristofaro, sul Sole 24 Ore scrive(19): «Oltre l’80% degli studenti di scuola media non distingue, su un sito Internet, una pubblicità segnalata come tale da una notizia vera e propria. Alcuni di loro, se anche hanno visto che si trattava di “contenuto sponsorizzato”, continuano comunque a ritenerla una notizia attendibile». Il rischio è di mettere in moto un gigantesco circolo vizioso: la perdita di credibilità e autorevolezza dei media tradizionali rende le persone più sensibili ai richiami della “controinformazione”; i siti che promettono di dire “quello che gli altri non dicono” e le distorsioni cognitive con le camere dell’eco amplificano la diffusione delle bufale pubblicate da questi siti; queste a loro volta si configurano come storie credibili e vengono rilanciate da figure istituzionali fino a diventare mainstream. Alla fine i media tradizionali, per mantenere la competitività con il mondo dei social, invece di aumentare verifiche e i controlli allargano le maglie, e queste realtà parallele crescono fino a divenire un panorama molto visibile sulla rete. Se si pensa che persino i più giovani, abituati a navigare su Internet passando da un’app all’altra, hanno gravi difficoltà a distinguere i contenuti veri da quelli falsi, appare evidente che la necessità di un’educazione digitale ai vari livelli che fornisca le competenze per capire e affrontare queste realtà sia oramai non solo necessaria ma urgente. La stessa sfida di riconfigurazione professionale e narrativa, alla luce di un controllo dei fatti serio e rigoroso, dovrebbe riguardare i media mainstream e i produttori professionali di informazione, che hanno per primi la possibilità – e anche il dovere etico – di interrompere questo circolo vizioso.

NOTE

1 Farida Vis, Hard Evidence: How Does False Information Spread Online?, «The Conversation», 16 Aprile 2014, http://theconversation.com/hard-evidence-how-doesfalse-information-spread-online-25567
2 Jan van Dijk, 2012, The Network Society (3rd ed.), Londra, Sage, p. 272 e ss.
3 Maurizio Di Fazio, Vi racconto come ho fatto soldi a palate spacciando bufale razziste sul Web, «L’Espresso», 16 ottobre 2015.
4 NowThis, http://nowthisnews.com.
5 Network Fanpage, http://www.fanpage.it.
6 Lelio Simi, La crisi senza fine dei giornali italiani, «Pagina99», 20 ottobre 2016, http://www.pagina99.it/2016/10/20/crisi-giornali-italiani-vendite-pubblicita.
7 Si veda per approfondimenti: Commissione Europea, Che cosa disciplina il regolamento generale sulla protezione dei dati?, http://ec.europa.eu/info/law/lawtopic/data-protection/reform/what-does-general-data-protection-regulation-gdpr-govern_it; e http://ec.europa.eu/info/law/law-topic/data-protection/reform_it.
8 Brendan Nyhan, Why Rumors Outrace the Truth Online, The New York Times,
29 settembre 2015, http://www.nytimes.com/2014/09/30/upshot/its-so-much-morefun-to-spread-rumors-than-the-truth.html.
9 Si veda il paragrafo “Fake news e post-verità” (parte II).
10 Craig Silverman, Verification Handbook, http://verificationhandbook.com.
11 Craig Silverman, 2015, Lies, damn lies and viral content, trad. it. Bugie, bugie virali e giornalismo, «Il Post», http://www.ilpost.it/2015/04/18/silverman-pdf-liesbugie/.
12 Giacomo Broggi, 2017, Pew Research: negli Usa il 67% delle persone legge notizie sui social, http://www.dailyonline.it/dati-pew-research-negli-usa-67-dellepersone-legge-notizie-sui-social-11-09-2017.
13 Facebook Instant Articles, http://instantarticles.fb.com.
14 Google Italy Blog, 2015, AMPlificare il mobile Web, http://italia.googleblog.com /2015/10/amplificare-il-mobile-web.html.
15 Accelerated Mobile Pages Project, http://www.ampproject.org/.
16 e 17 Francesco Costa, Questa notizia è clamorosa (ma falsa): è la bufala bellezza, «Il Sole 24 Ore», 26 aprile 2015, http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2015-04-25/ebufala-bellezza-183754.shtml.
18 Brooke Donald, Stanford researchers find students have trouble judging the credibility of information online, Stanford Graduate School of Education, 22 novembre 2016, http://ed.stanford.edu/news/stanford-researchers-find-students-havetrouble-judging-credibility-information-online.
19 Chiara Di Cristofaro, Stiamo crescendo una generazione di “ignoranti digitali”?, «Il Sole 24 Ore», 15 dicembre 2016, http://www.alleyoop.ilsole24ore.com/2016/12/15/stiamo-crescendo-una-generazione-di-ignoranti-digitali.

Introduzione

Sinossi Nel volume vengono presentate tre prospettive sulla comunicazione online, utilizzando come filo conduttore l’evoluzione delle conoscenze nell’ambito dei media digitali, con […]