Cluster Digitali • Abstract


COS'È UN CLUSTER DIGITALE

Un cluster digitale è un raggruppamento narrativo online. Puoi pensare ad esso come a uno schema narrativo che si ripete con modalità ricorsiva sulla rete, con delle caratteristiche fisse.

Il termine è stato coniato da me nel febbraio 2017, mentre scrivevo la tesi di laurea magistrale (in Scienze dell'Informazione, della comunicazione e dell'editoria) all'Università di Tor Vergata; l'argomento è stato pubblicato sulla rivista scientifica Digitcult nel dicembre dello stesso anno. Deriva dalle mie ricerche nel campo della post-verità e della narrazione, in correlazione con gli studi sulle competenze digitali in rete.

Mentre approfondivo le dinamiche di propagazione di contenuti disinformativi e la degenerazione dei dialoghi in rete, ho notato la formazione di macro-aggregazioni narrative, che svolgono un'azione inflattiva di tali dinamiche secondo modelli ripetibili, ricorrenti e di grandi proporzioni, propri dell'ambito digitale.

Puoi vedere un cluster digitale in azione quando ti ritrovi in un contesto narrativo online fabbricato "ad arte", dove le persone condividono una visione specifica (molto spesso polarizzata) della realtà e tendono a respingere visioni differenti o chi porta argomenti contrari. Possono essere gruppi sui social network, stanze chat, pagine di propaganda, ecc.

Le narrazioni collettive non nascono necessariamente online, tuttavia è sui social network che si propagano con le caratteristiche di conferma, legittimazione e rinforzo. La narrazione digitale così polarizzata trae spunto da alcuni elementi cognitivi comuni, come i bias (distorsioni – tipicamente il bias di conferma), e si cementa insieme con le altre narrazioni: ecco le camere dell'eco, i luoghi virtuali del consenso.

Queste narrazioni a loro volta si rifanno alle narrazioni personali, piccole e grandi storie che ognuno di noi sperimenta nella vita quotidiana. È proprio l'esperienza il nostro primo approccio alla realtà. Un approccio che ci consente di vivere, intuire e – soprattutto – raccontare ciò che accade nel contesto di cui facciamo parte.

Nel film Rashomon (1950), diretto da Akira Kurosawa, viene evidenziata la storia di un omicidio raccontato dai quattro testimoni in quattro modi diversi, incluso lo stesso omicida. In tutte le varie fasi del racconto, e durante il processo stesso, i racconti vengono messi in discussione in modo reciproco, tale che l'effetto Rashomon, il cui nome deriva dal film, indica la parzialità con cui viene osservata la realtà, anche sugli stessi accadimenti. Persone diverse possono ricordare cose diverse, in un soggettivo ordine di importanza: accediamo agli eventi con uno sguardo che dipende dal contesto e dalle emozioni che questi suscitano.

Sono proprio le emozioni la via di accesso dell'esperienza. Il problema nasce quando l'esperienza è disaccoppiata dalla realtà: il che è un evento molto più diffuso di quanto si creda.

Lo psicologo George Kelly, padre della teoria dei costrutti personali, diceva che non esiste il «fatto nudo» (1955): ognuno sperimenta la realtà in modo differente, nel contesto di cui fa parte e secondo la propria cultura. Nel volume si parte dalla scuola psicologico-filosofica del Costruttivismo sviluppata da Piaget e Vygotskij – «l’intelligenza in via di sviluppo costruisce il mondo esterno» – e il costruttivismo nella comunicazione, sviluppato tra i primi da Watzlawick (1967).

La matrice epistemologica del costruttivismo è che non esiste una «conoscenza oggettiva», ma uno sviluppo di conoscenze precedenti, valide, soprattutto, dal punto di vista di chi osserva. La realta’ e’ «costruita» dal nostro esperire soggettivo, secondo mappe mentali che definiamo noi stessi in base a ciò che conosciamo, che impariamo, che sappiamo.

Quando l'esperienza è disaccoppiata dai fatti, interviene la narrazione. Nella narrazione "sistemiamo le cose" in modo da mantenere la coerenza interna. Talvolta la narrazione si frappone per difendere un'ideologia, o una pre-costruzione della realtà più o meno funzionale a uno scopo. Nascono così le teorie del complotto, o la propaganda politica, gli stereotipi di (ogni) genere. Accade, in particolare, quando ci raccontiamo una versione delle cose che non tiene conto della complessità del reale, dei dati che non abbiamo a disposizione, delle emozioni sottostanti e del vissuto sociale: quando una narrazione così "disorganizzata" incontra altre simili, ne nasce una narrazione collettiva. Quando questa si propaga sui social network – magari secondo un modello virale, si hanno le caratteristiche di rinforzo, legittimazione e conferma che la fanno sembrare "reale". Nel momento in cui si salda alle fake news, create ad arte o frutto di ignoranza, un tale racconto diviene un'idea talmente radicata da essere considerata vera.

More info: Digital Clusters: How The Net Is Marking Us

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